L'olivo nella storia
L'intensificarsi
dei traffici marittimi lungo le coste del Meridione d'Italia
ad opera di fenici, greci e romani fu alla base dello sviluppo
dell'olivicoltura in Puglia, la cui millenaria civiltà
ha profonde radici nella presenza dell'olivo, un albero dotato
di grande sobrietà e resistenza, che si adatta anche
a terreni magri e superficiali.
La spremitura delle olive per ottenere olio era pratica conosciuta
molti secoli prima della venuta di Cristo: le testimonianze
di macine primitive sono conservate nei musei dell'isola di
Creta, ad Haifa in Israele ed in Egitto.
Sono innumerevoli le raffigurazioni plastiche e pittoriche
che pongono al centro l'albero di olivo e le pratiche connesse
con l'estrazione dell'olio e con la sua utilizzazione come
medicina, come alimento, come cosmetico, come fornitore di
energia e luce.
Nel museo nazionale di Taranto sono conservate tre anfore
antiche ed un sarcofago di un atleta che aveva partecipato
alle Panatanee di Atene ed era stato premiato con vasi riccamente
ornati contenenti olio di oliva, ricavato dagli olivi piantati
da Solone. Questi legiferò nel Seicento a.C. che per
tutta l'Attica fosse vietato l'abbattimento degli alberi di
olivo; solo in caso di estrema necessità sarebbe stato
consentito l'abbattimento di non più di due piante.
Ancora oggi è in vigore nel nostro paese una legge
emanata nell'immediato dopoguerra per salvaguardare il patrimonio
olivicolo da indiscriminati abbattimenti per farne legna da
ardere.
Con l'affermarsi dell'Impero Romano, l'olio d'oliva assunse
una funzione strategica nel campo del commercio e delle attività
di scambio tra i diversi popoli e si intensificarono anche
gli studi sulla buona coltivazione dell'olivo. Illustri uomini
di cultura, quali Plinio il Vecchio, Catone, Columella, offrirono
un notevole contributo di conoscenze sulla coltivazione degli
olivi. Secondo Varrone, le olive debbono essere brucate (raccolte
a mano) utilizzando, se è necessario, le scale; Plinio
rileva i danni che si procurano alle piante dalla bacchiatura
ed ordina ai raccoglitori di non scorticare l'albero. Columella
descrive i diversi sistemi di estrazione dell'olio dalla drupe.
La presenza dell'olivo nel corso dell'alto Medioevo era piuttosto
scarsa. Olivi isolati tra i coltivi o tra le distese pascolative
interessavano soprattutto aree a diretta gestione signorile.
L'olio comunque non era merce ricca e il suo commercio era
condizionato anche dagli ingombranti recipienti con i quali
veniva trasportato.
Con la bizantinizzazione dell'Italia meridionale si determinò
un nuovo quadro colturale, ma nel frattempo vennero ripristinate
anche le colture tradizionali, come l'olivo e la vite.
Ai secoli bui della caduta dell'Impero Romano seguì
un periodo di rinnovamento anche per l'olivicoltura, nell'epoca
dei Comuni e dei Monasteri. Il commercio dell'olio riprende
ad opera dei navigatori veneziani. I porti di Brindisi, Gallipoli,
Otranto e Taranto divennero meta di navi che trasportavano
enormi quantità di olio; vi si installano fondachi
oltre che veneziani, anche toscani, genovesi, russi, inglesi
e tedeschi. Il commercio dell'olio d'oliva assunse una tale
importanza che nel 1559, il viceré spagnolo Parafran
De Rivera dispose la costruzione di una strada che collegasse
Napoli alla Puglia, con biforcazioni per la Calabria e l'Abruzzo
per consentire un trasporto più rapido dell'olio di
oliva.
I primi decenni del XVII secolo segnano, anche in Terra d'Otranto,
il momento culminante di quella fase di prosperità
che aveva caratterizzato tutto il Cinquecento, ma registrano
anche l'inizio di una lunga crisi, che diventerà poi
irreversibile per tutto il Mezzogiorno. Il deterioramento
delle condizioni climatiche e il lungo ciclo di basse temperature
che investirono l'Europa dopo il 1600 furono le cause che
determinarono la crisi dei raccolti e le eccezionali carestie.
Per fortuna la crisi registrata nella metà del XVII
secolo non fu di lunga durata e già verso gli anni
Ottanta del Seicento si poteva registrare una forte ripresa
dell'economia agricola, con l'oliveto che ancora una volta
s'imponeva nel quadro generale del paesaggio agrario.
Da allora la coltura dell'ulivo ha conosciuto solo periodi
di espansione e le tecniche di coltivazione sono state caratterizzate
da un costante progresso.
Sono state le abili mani di generazioni di "potatori"
e "innestatori" pugliesi a modellare la iniziale
forma selvatica dell'olivo, per trasformare le zone boscose
in coltivazioni ben curate e regolari, allo scopo di esaltare
la funzione produttiva delle piante e nello stesso tempo contenere
gli elevati costi di coltivazione e raccolta. Un lavoro duro
di secoli, che s'è andato ad incorporare in un grande
patrimonio naturale di incomparabile bellezza, caratteristico
di ogni angolo di questa terra, tanto da suscitare sorpresa
e ammirazione nel visitatore.
La Puglia perderebbe ogni identità se venisse a mancare
l'olivo dal suo splendido panorama. |